Lo si intuiva a naso, ora ne abbiamo anche il sostegno scientifico: laddove c’è corruzione, c’è anche minor ricchezza. Lo conferma uno studio della Banca d’Italia di cui abbiamo letto in questi giorni: i Paesi con maggior rispetto delle regole e delle leggi sono anche quelli con un tasso di sviluppo economico più alto e meglio distribuito in tutte le fasce della popolazione. (Per inciso, in Europa sembrano proprio essere in prevalenza quelli della tanto vituperata socialdemocrazia scandinava e nordEuropea). Era un concetto semplice di cui tutti avevamo immediatamente percezione. Ossia: se l’imprenditore o il funzionario pubblico ha bisogno della tangente per far – diciamo così – procedere le cose, quale speranza possiamo avere che sia premiato il merito, la qualità delle opere, il valore dei metodi e delle intelligenze? La corruzione deve per forza di cose, per natura stessa, allignare lì dove vige il criterio egoistico dell’interesse personale e non quello della collettività. Dunque per natura stessa non può che bloccare, frenare, disincentivare ogni sviluppo che, sia ricordato sempre, nell’epoca della globalizzazione crescente non può che fare i conti con il miglior rapporto costi/qualità. Tutti lo vediamo, così, per istinto, nel corso delle nostre vicende quotidiane. Tutti? Forse non proprio: il governo attuale, ad esempio, non pare proprio assatanato nel fare una guerra campale contro la corruzione. Anzi: pensa che i principali nemici siano i magistrati e, tra i primi atti ha eliminato il commissario di governo contro la corruzione istituito dal governo Prodi. Certo, abbiamo troppi commissari: ma molti rimangono lì, a prendere il loro amato compenso. E invece questo…

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