Pubblicato su Adista del 13 febbraio 2010
E’ inutile negarlo: il centrosinistra e, in particolare, il Partito democratico sono arrivati male a queste elezioni amministrative. Le ragioni sono diverse: scarso tempo a disposizione dopo il lungo percorso congressuale del più grande partito d’opposizione, assetti interni ancora da definire, strutture regionali di partito da assestare, personalismi (e non solo nel Pd) nuovo virus più devastante di altri stagionali e minacciosi, strategie definite ma complicate da attuare. Sta di fatto che tutti hanno avuto la percezione di come la coalizione alternativa al governo di Berlusconi, che in queste elezioni cerca se non il riscatto almeno la tenuta, arriva all’appuntamento non in perfetta forma. Anzi.La politica è fatta di metodo e merito, talvolta si privilegia l’uno sull’altro, talvolta (come sarebbe sempre meglio fare), si tenta di formulare il miglior mix delle due cose. In parole povere. La strategia di allargare l’alleanza fino all’abbraccio con l’Udc, per riuscire a vincere nel più alto numero possibile di regioni, è stato l’unico “merito” delle questioni di cui si è discusso finora, a scapito di un “metodo”, le primarie per la scelta dei candidati alle cariche istituzionali, che il Pd si è dato come elemento caratterizzante della sua identità di partito popolare e radicato sul territorio, e che però il principale partito obiettivo dell’alleanza vedeva quantomeno come fumo negli occhi (Casini: “non ci credo, anzi, se sento parlare di primarie mi viene l’orticaria”). Ecco quindi un’alleanza (presentata come strategica) che sembra un matrimonio in cui uno dei due partner dice all’altro che il mestiere che lui ama però gli fa schifo. Bene, ottimo inizio… Comunque, a parte queste schermaglie tecnico-politiche, che alla stragrande maggioranza dei non addetti ai lavori non interessa un fico secco, non si è capito nulla, almeno nel Lazio, quali fossero le tesi in discussione sul modello di Sanità, sulla mobilità, sul lavoro e il sostegno alle imprese e ai lavoratori, precari e disoccupati, sulla lotta alla povertà ed emarginazione, sul coinvolgimento dei corpi intermedi e dei cittadini nella gestione delle scelte amministrative, sul rilancio della cultura, patrimonio di questa regione, sulla tutela del territorio e su altre questioni che interessano gli elettori.Ma, si obietterà, la campagna elettorale parte dopo che si è scelto il candidato al governo della regione, dopodiché si fanno i programmi, e quindi se ne discute.E sia. Ecco allora che nel Lazio – dopo l’incertezza e i passi falsi di un Pd affannato nella vana ricerca di un valido candidato per il dopo-Marrazzo - si presenta per la prima volta una competizione tutta al femminile con due donne, stimate dai più, ma non in linea con gli schemi classici della competizione in atto. Renata Polverini ed Emma Bonino non sono “patrimonio politico” proprio dei partiti maggiori che le sosterranno. Appaiono, e forse questo è un motivo di pregio, estranee agli apparati, entrambe capaci di portare un valore aggiunto di idealità e di freschezza di cui l’elettorato sente un gran bisogno.Ma – è bene sottolinearlo - nessuna delle due governerà da sola, anzi, dovranno necessariamente provare a fare sintesi tra progetti, personale politico e strategie diverse. E se l’ex sindacalista dovrà dare conto del sostegno ricevuto oltre che da forti interessi economici e di potere pubblico per l’ovvia vicinanza ai palazzi del comando, soprattutto di una destra fascistoide tra le più aggressive e radicate d’Italia, la leader radicale si confronterà con la sinistra che l’ha vista avversaria in tante battaglie sociali e con gran parte di quel mondo cattolico dal quale la dividono le questioni in tema di bioetica.E’ chiaro: a molti cattolici pur di centrosinistra (e non solo clericali…) il profilo politico della Bonino, le sue battaglie radicali su aborto, divorzio, legge 40, testamento biologico, eccetera, danno qualche problema. Così come appare distante mille miglia quella concezione iperliberista in tema di economia che ha portato i radicali, ad esempio, a dare il proprio sostegno all’abolizione dell’art 18 dello Statuto dei lavoratori o ad una sostanziale avversione per il sindacato come strumento di tutela dei lavoratori e altre battaglie simili tutte fondate su un’esaltazione del ruolo dell’individuo da “difendere” da qualsiasi intromissione di comunità o società più o meno condivise.Lo ammetto: per chi scrive, impegnato a sostenere con forza quanto questa amministrazione uscente abbia lavorato bene (sostegno alle piccole e medie imprese, microcredito, attenzione all’ambiente e all’economia alternativa e solidale, valorizzazione del patrimonio culturale, reale coinvolgimento dei cittadini nella stesura del bilancio, solo per citare qualche opera), non sarà facile convincere che il voto alla Bonino non è per nulla un voto di ripiego “contro” l’avversaria, anzi è proprio un buon voto, “ a favore di”. A favore di tutte quelle caratteristiche forti che hanno fatto nei decenni della senatrice (radicale, ma ora eletta nelle liste del Pd, ricordiamolo) una personalità di spicco del nostro panorama politico. Ossia: “ossessione” per la legalità, per la trasparenza, per il valore del dialogo e della costruzione negoziata e non imposta degli obiettivi da raggiungere; rispetto per la laicità dello Stato, per la partecipazione diffusa, per quel sano pragmatismo che deve tornare ad essere nel Dna di chi fa politica per recuperare credibilità.Non è solo – e già sarebbe tanto - la difesa assoluta dei diritti del cittadino, e soprattutto di quelle donne e di quegli uomini che vivono in condizioni di estrema debolezza (carcerati, malati ricoverati negli ospedali, immigrati) che può farcela sentire amica di molte battaglie che noi cattolici continuiamo a combattere. E’ soprattutto quel concetto alto delle istituzioni (a qualsiasi livello) da costruire come case di tutti, in cui persino quei valori non condivisi da chi le governa possono trovare ascolto e dignità di difesa nel rispetto di regole e procedure concordate. In fondo non è di questa latitanza che ci lamentiamo spesso? Non ci ripetiamo in questi ultimi mesi che si sta palesando la clamorosa assenza dello Stato (Rosarno docet)? E chi meglio di una donna che ha testimoniato per decenni il valore inviolabile delle leggi e delle istituzioni (ergo, della democrazia) può rappresentare un ottimo viatico per la svolta? Anche a partire dal “semplice” livello regionale.Ma tutto ciò potrebbe non bastare. I cattolici (sia a destra che a sinistra), è ormai assodato, perlopiù non votano secondo imposizioni dall’alto ma secondo un maturato convincimento interiore. Nel quale hanno un posto in prima fila anche alcuni valori come la solidarietà sociale, la lotta alla povertà e all’emarginazione, la difesa dei deboli, il riconoscimento del ruolo prezioso che giocano nella nostra società liquida e sfilacciata insieme le famiglie, le comunità, i gruppi, le associazioni, le parrocchie, la libertà religiosa e di educazione. Su questi temi il programma che porterà in campagna elettorale la Bonino dovrà dire parole chiare, convincenti, capaci di presentarsi come realmente alternativi a una ideologia opportunistica e devastante del centro-destra che mentre da una parte fomenta odio razziale e darwinismo sociale, dall’altra, capziosamente, con evidente ipocrisia si fa sostenitore dei vecchi valori di Dio, patria e famiglia.Insomma: da cristiano se devo puntare su chi può garantire (non tanto i miei valori, che possono essere da qualcuno giustamente definiti miei, e di chi la pensa come me…), ma la possibilità che non si tradisca l’idealità e la passione per cui tanti credono che la politica incida sui destini delle persone, punto su colei che è talmente radicale nel rispetto delle regole e delle istituzioni in cui questi principi trovano sede, da rischiare di perdere pezzi di coalizione che potrebbero invece farla vincere.Un cattolico doc come Pietro Scoppola, entrando nel vivo del dibattito appena scoppiato sui famosi valori non negoziabili, scriveva nel marzo del 2006: “L’Europa è una realtà polifonica proprio perché segnata da una tradizione di cultura laica polemicamente intrecciata con la tradizione cristiana. Questo intreccio rappresenta a sua volta un dato non negoziabile, nel senso che è una realtà con la quale non si può fare a meno di misurarsi. Anche la storia, a suo modo, non è negoziabile. Questo significa che quei principi non negoziabili devono vivere ed esprimere tutta la loro potenzialità in un contesto democratico, misurandosi con diverse culture e con diverse visioni del mondo. Il che è possibile solo nel quadro di un corretto rapporto fra lo Stato e la Chiesa”.Ecco: sull’idea e la pratica di questo corretto rapporto fra Stato e Chiesa, testimoniata dalla lunga militanza di anni di battaglie di Emma Bonino, penso che anche un cattolico possa tranquillamente scommettere nel prossimo voto amministrativo.
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