Una migliore qualità della vita, per una Roma che faccia dell’accoglienza e dell’apertura un’occasione comune di crescita, non non è solo un mito perduto nel tempo e nelle immagini cinematografiche. Si guardi, ad esempio, agli studenti fuori sede e pendolari. Sappiamo che gli atenei romani attraggono decine di migliaia di studenti provenienti prevalentemente dal Sud Italia, dalla regione laziale e dalla provincia romana.
In che modo accogliere questi ragazzi, condividere le loro esperienze di studio e ricreative e moltiplicarne le capacità di partecipazione e solidarietà? Per far sì che non siano considerati corpo estraneo alla città, intrusi, quanto piuttosto parte integrata di una capitale della cultura che, anche grazie al loro quotidiano sentirsi parte di Roma, alimenta il pensiero e la riflessione, lo sviluppo e la ricerca.
Penso allora ad una “cittadinanza universitaria” che integri i servizi di cui lo studente fruisce, ne registri le esigenze e lo stimoli alla partecipazione ed alla condivisione della vita civile, culturale e sociale della città. Certo, vanno incrementati i servizi necessari per rendere sempre più Roma una capitale europea della Cultura: biblioteche aperte più a lungo, mobilità notturna, legalità negli affitti, maggiori occasioni di incontro tra studenti e mondo del lavoro. Ma la cittadinanza universitaria non si può limitare a questo, perché lo studente non è solo un consumatore, né un ospite, ancor meno un problema, ma una risorsa. Non solo economica. Il suo parere può rendere migliore la comunità nella quale si inserisce. Dovrebbe essere quindi ascoltato nel governo dei territori: penso ad esempio che i municipi a più densa presenza di universitari trarrebbero vantaggio dall’istituzione di organi di rappresentanza degli studenti al loro interno con funzione consultiva. Un modo peraltro per dare più spazio alla creatività, stimolare la partecipazione giovanile.
Per fare uscire la cultura dalle aule.

Loading ...

1 Comment Received
Pingback & Trackback
Leave A Reply